Il sospetto che uno degli uomini coinvolti nel tentato attacco all’aeroporto di Lipsia sia entrato nello spazio Schengen grazie a un visto turistico rilasciato dall’Italia riaccende in Europa il dibattito sugli ingressi dei cittadini russi. Secondo quanto riportato dalla stampa tedesca, l’uomo, bielorusso con passaporto russo, avrebbe ottenuto un visto italiano, anche se fonti di sicurezza italiane hanno successivamente precisato che non sarebbe mai transitato sul suolo italiano. Il caso ha però fornito nuovo impulso alla questione dei visti concessi ai cittadini russi, con i partiti di opposizione italiana che hanno chiesto al governo una informativa urgente e il fronte degli Stati UE che chiedono regole più severe e uniformi. Intanto, Bruxelles ha annunciato che preparerà un ulteriore irrigidimento delle norme.

I numeri spiegano perché la questione è tornata al centro del confronto europeo. Secondo dati della Commissione europea, nel 2025 sono state presentate da cittadini russi circa 679 mila domande di visto Schengen e ne sono stati rilasciati quasi 619 mila, circa il 14% in più rispetto all’anno precedente. Per quanto riguarda la tipologia, 477.878 – pari a circa il 77% – erano visti turistici. Il dato resta molto lontano dai livelli precedenti all’invasione dell’Ucraina – nel 2019 erano stati rilasciati oltre quattro milioni di visti – ma segna il secondo anno consecutivo di crescita.

Tra i Paesi che continuano a rilasciarne di più figura l’Italia: nel 2025 i due consolati italiani in Russia hanno concesso 161.121 visti Schengen, quasi 9 mila in più rispetto al 2024 e circa 27 mila in più rispetto al 2023, davanti anche alla Francia per numero di visti rilasciati dalle rappresentanze presenti in Russia. Roma ha finora mantenuto una posizione più prudente rispetto ai Paesi baltici, nordici e alla Polonia, contrari a mantenere un ampio flusso di visti turistici.

Il sistema è regolato a livello europeo dal Codice dei visti, ma l’esame e il rilascio delle singole autorizzazioni restano nelle mani delle autorità consolari degli Stati Schengen. Un visto uniforme di breve durata consente normalmente di circolare nell’intera area Schengen fino a 90 giorni nell’arco di 180: per questo un documento rilasciato, ad esempio, dall’Italia può permettere al titolare di raggiungere successivamente altri Stati membri. Le informazioni sulle domande e sui titolari vengono condivise attraverso il Visa Information System (VIS), che collega consolati e valichi di frontiera e permette anche verifiche biometriche.

Germania: identificati due sospetti per l’attacco all’aeroporto di Lipsia, uno aveva un visto italiano

Lo scontro con la Russia dopo Lipsia e le richieste di maggiori restrizioni sui visti

Lo sventato attacco con droni che ha interessato lo scorso 4 agosto l’aeroporto di Lipsia-Halle ha portato a un nuovo livello lo scontro tra l’UE e la Russia, con la Germania che ha accusato direttamente Mosca della paternità dell’operazione che, se fosse riuscita, avrebbe potuto provocare gravi danni e vittime.

A preoccupare il governo tedesco e più in generale i Paesi e le istituzioni UE non è solamente il salto di qualità con cui è stato condotto lo sventato attacco – nel quale sarebbero stati impiegati almeno tre droni, alcuni dei quali equipaggiati con esplosivo – ma anche la facilità con cui i sospetti autori sarebbero riusciti ad entrare in territorio europeo.

Secondo quanto riportato da NDR, WDR e Süddeutsche Zeitung, gli investigatori tedeschi sono riusciti a identificare due sospetti con legami con la Russia. Le indagini, secondo le informazioni emerse nelle ultime ore, potrebbero riguardare complessivamente quattro persone, anche se sono soprattutto due gli uomini sui quali si concentra finora l’attenzione degli inquirenti. Uno dei sospetti sarebbe un cittadino bielorusso in possesso anche di un passaporto russo e con precedenti nei Paesi baltici. Gli investigatori sarebbero arrivati alla sua identificazione attraverso le tracce di DNA rinvenute sul luogo del tentato attentato: in particolare su uno dei droni, su un contenitore nel quale si trovava dell’esplosivo e su un’antenna collocata su un albero nelle vicinanze dell’aeroporto.

Ma è soprattutto il percorso seguito dall’uomo per entrare nell’Unione europea ad aver aperto un nuovo caso politico. Secondo la ricostruzione dei media tedeschi, il sospetto sarebbe infatti entrato nell’area Schengen utilizzando un visto turistico italiano rilasciato alla fine di aprile da una rappresentanza diplomatica italiana a Minsk.

Il secondo sospetto sarebbe invece un uomo di origine russa con passaporto lettone, che avrebbe svolto il ruolo di coordinatore logistico e istruttore dell’operazione. Sarebbe arrivato all’aeroporto BER di Berlino alla fine di luglio, avrebbe noleggiato un’automobile per raggiungere la Sassonia, lasciando il Paese poco prima del tentato attacco. Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa tedesca, avrebbe inoltre collegamenti con l’intelligence russa.

Servono misure più restrittive

Nei giorni scorsi il vicepresidente del Consiglio italiano e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sottolineato che sono in corso accertamenti da parte italiana. Parlando ai giornalisti a margine della riunione informale dei ministri degli Esteri a Wicklow, in Irlanda, Tajani ha sottolineato che per la concessione dei visti devono esserci determinati requisiti, ammettendo che “se le persone li hanno, e non c’è nessun alert sulle singole persone, viene concesso il visto”.

In attesa dei relativi accertamenti, il dibattito si è acceso sia in Italia che in Europa. In una dichiarazione congiunta i deputati del Partito democratico della commissione Esteri della Camera – Amendola, Boldrini, Fassino, Porta, Provenzano e Quartapelle – hanno annunciato il 3 settembre la presentazione di un’interrogazione urgente a Tajani, chiedendo chiarimenti sulla gestione dei visti d’ingresso per i cittadini della Federazione Russa e per chiedere quali verifiche immediate siano state attivate dalla Farnesina.

“Chiediamo al governo di far piena luce sull’itinerario dichiarato dal presunto autore dell’attentato di Lipsia”, hanno precisato i deputati dem, ricordando come il visto turistico sarebbe stato rilasciato dal consolato italiano di Minsk, nonostante l’individuo fosse noto alle autorità baltiche per precedenti penali.

Chiedendo una linea “più rigorosa” sul rilascio dei visti e un’azione a livello europeo per criteri comuni, i deputati hanno anche ricordato una serie di anomalie sul piano giudiziario segnato dall’arresto dell’ambasciatore Piergabriele Papadia De Bottini a Tashkent per un presunto sistema illecito che avrebbe garantito ad almeno 95 cittadini russi privi di requisiti visti pluriennali.

A sollevare il caso è anche il senatore di Italia Viva Enrico Borghi, vicepresidente del partito e componente del Copasir, che in un post su Facebook ha richiamato l’attenzione sull’aumento dei visti Schengen rilasciati dall’Italia in Bielorussia. “Dopo l’inizio della guerra russa in Ucraina, l’Italia è diventata il principale operatore Schengen in Bielorussia sia per le domande che per i visti rilasciati”, ha scritto Borghi, ricordando che la quota italiana sulle domande Schengen presentate nel Paese è passata dal 3,89% del 2019 al 32,42% nel 2025.

Nello stesso anno, ha aggiunto, 50.176 dei 50.709 visti italiani emessi a Minsk erano multi-ingresso, pari al 98,95%. “Quindi chi si è fatto un visto a Minsk, non necessariamente lo faceva per venire in Italia. Al contrario, lo faceva per accedere all’intero spazio Schengen”. Secondo Borghi, il “caso Lipsia” dimostra che dietro questa crescita “ci possono essere pericoli per la sicurezza nazionale ed europea”. Da qui l’attacco al ministro degli Esteri Antonio Tajani: “Ma in questi anni nessuno alla Farnesina si è accorto di questo trend?”.

La questione dei visti preoccupa in Europa anzitutto i Paesi del fronte orientale. Parlando ai giornalisti il 3 settembre al termine di un incontro congiunto con i ministri degli Esteri di Germania e Francia a Weimar, il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski, ha esortato l’Unione Europea a inasprire le restrizioni nei confronti dei diplomatici e dei cittadini russi. Tra le misure proposte figurano la limitazione del rilascio di visti Schengen, l’introduzione di passaporti biometrici per i cittadini russi e la riduzione del numero di diplomatici russi presenti nei paesi dell’UE.

“La Russia, dopotutto, sta cercando di distruggere l’UE dall’interno e non dovrebbe esserle consentito di sfruttare i privilegi della libera circolazione”, ha affermato.

Il ministro degli Esteri polacco ha proposto di limitare la libertà di movimento dei diplomatici russi ai paesi in cui sono accreditati, di limitare il rilascio di visti Schengen ai cittadini russi, di introdurre passaporti biometrici per i russi che entrano nell’UE e di porre un tetto al numero di diplomatici russi presenti nell’Unione europea. Secondo Sikorski, attualmente più di 2.000 diplomatici russi si trovano nei Paesi dell’UE.

“Stimiamo che almeno il 40% di loro svolga mansioni incompatibili con il proprio status diplomatico. Lavorano per agenzie che compiono anche attività terroristiche nei nostri Paesi”, ha affermato.

Da parte sua, il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha dichiarato che Parigi è pronta a sostenere ulteriori misure “se le circostanze lo richiederanno”.

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La Commissione valuta un ulteriore irrigidimento

Sul fronte europeo, intanto, la Commissione ha annunciato un ulteriore irrigidimento delle regole. Intervenendo il 3 settembre durante il briefing di mezzogiorno, il portavoce della Commissione per gli Affari interni Markus Lammert ha anzitutto ricordato che “il rilascio dei visti è una competenza degli Stati membri” e che ogni domanda deve essere valutata caso per caso dalle autorità nazionali, che mantengono la responsabilità della decisione finale. Bruxelles può tuttavia intervenire sul quadro comune e, ha sottolineato Lammert, negli ultimi anni lo ha già fatto più volte.

Nel 2022 l’Unione europea ha sospeso integralmente l’accordo di facilitazione dei visti con la Russia e ha adottato linee guida con le quali ha chiesto agli Stati membri di attribuire una priorità più bassa alle domande provenienti da cittadini russi, rafforzando al tempo stesso i controlli di sicurezza e alle frontiere. La Commissione continua a monitorarne l’applicazione e a lavorare con i governi perché le regole vengano attuate in maniera uniforme. “Vediamo risultati chiari”, ha osservato Lammert: dai circa quattro milioni di visti rilasciati prima della guerra si è passati a circa 618 mila nel 2025. “È molto importante che i numeri rimangano bassi e che diminuiscano ulteriormente”.

La stretta è proseguita nel novembre 2025, quando la Commissione ha introdotto regole più severe che, in linea di principio, non consentono più ai cittadini russi di ottenere visti a ingressi multipli. A luglio, con il 21° pacchetto di sanzioni contro Mosca, gli Stati membri hanno inoltre creato la base giuridica per un divieto più ampio di rilascio dei visti a combattenti ed ex combattenti delle forze armate russe.

Il prossimo passaggio riguarderà direttamente la revisione del Codice europeo dei visti. La Commissione, ha annunciato Lammert, sta preparando “una proposta per misure restrittive mirate sui visti”, destinate in particolare ad affrontare i rischi per la sicurezza derivanti dalle “azioni ostili di Paesi terzi”. L’obiettivo sarà valutare come limitare ulteriormente l’accesso ai visti nel quadro della prossima revisione del Visa Code europeo.

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